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Ma cosa c’entriamo noi?

Cosa poteva fare la lobby degli amanuensi quando Gutenberg stampò la prima Bibbia? Dapprima cercarono di fermare il fenomeno, poi tentarono di controllarlo per poi adottarlo come mezzo di comunicazione. Praticamente si adattarono al nuovo medium con tutti i pro e i contro che la nuova situazione creava e stimolava.

Così raccontano gli autori [1] del libro “I nemici della rete” evidenziando che “…la stampa a caratteri mobili diede un gigantesco contributo al Rinascimento, favorendo l’affermazione del vernacolo e il declino del latino, il che a sua volta preparò l’Europa agli Stati nazione.

Molto altro, nel corso dei secoli, ha imposto cambi radicali nella coscienza, nel pensiero e nel modo di vivere degli individui: dalla macchina a vapore all’elettricità, dalla scoperta dell’inconscio freudiano alla relatività einsteiniana, e, in ordine sparso, Galileo, Darwin, Edison, Newton, Marconi, il principio d’indeterminazione di  Heisenberg, il teorema di Gödel…

Ancora una volta (e sarà così fino alla fine dei tempi) ci troviamo di fronte ad un cambiamento epocale che vede i suoi prolegomeni nelle teorie del determinismo tecnologico, nei concetti di villaggio globale e di potere dell’informazione… e nell’idea di social network di Mark Zuckerberg, Sergey Brin e Larry Page!

I cosiddetti social [2] stanno cambiando il modo di relazionarsi delle persone: e questo avviene con una intensità e forza che a pochi è nota.

Qualche numero della sola realtà italiana [3]:

–  il 78% della popolazione dichiara di avere un profilo su un social network;

– il 76% vi accede più volte al giorno;

– il 63% ha più di 50 amici collegati al proprio profilo.

Queste percentuali, da sole, hanno uno scarso potere di evidenziare il fenomeno; le grafiche seguenti (aggiornate a gennaio 2014) evidenziano qualcosa in più.

In Italia, su una popolazione globale di oltre 61 milioni di individui, oltre 35 milioni è utente internet e ben 26 milioni sono utenti Facebook. Impressionante è l’enorme quantità di utenti mobile (cellulare).

Altro dato da considerare è il tempo medio trascorso online dagli utenti: quasi 5 ore, di cui 2 ore attraverso device mobili.

L’uso dei cellulari di ultima generazione (smartphone) permette all’utente di rimanere collegato alla rete senza soluzione di continuità.

Osserviamo che i social media sono parte integrante dell’esperienza quotidiana delle persone: il 54% dell’intera popolazione li utilizza per una media di 2 h 29’ al giorno e, in larga parte, attraverso device mobile. L’utilizzo di servizi che si basano sulla location dell’utente è ancora in fase di sviluppo (solo il 16%).

La quasi totalità degli utenti internet possiede un account social media, mentre quasi la metà li utilizza con cadenza almeno mensile.

Nell’ultima grafica si evidenzia come l’utilizzo di smartphone è sempre più diffuso, soprattutto per la ricerca di informazioni contestuali al luogo in cui si trova l’utente, ma anche per scoprire prodotti o servizi. Sono dati molto interessanti anche alla luce del contesto internazionale.

Simon Kemp, [4] così si esprime sulla situazione italiana rispetto al resto del mondo sul tema social, digital e mobile:

L’elemento social in Italia è molto interessante se paragonato alla media dei paesi presi in considerazione e molto superiore alla media mondiale (penetrazione al 42% contro 26%).

Questo dato risalta ancora di più se considerato alla luce della penetrazione internet o con la situazione di altri paesi. Prendiamo ad esempio la Germania, che ha una penetrazione internet molto più alta dell’Italia (84% contro 58%), ma che ha una penetrazione social decisamente più bassa (35% della Germania contro 42% dell’Italia).

Non è da escludere che l’approccio mediamente più aperto alla socializzazione insito nella cultura italiana rispetto ad altri paesi abbia un impatto su questa forte propensione all’utilizzo dei canali social.

A questo punto la domanda posta nel titolo è d’obbligo:

Ma cosa c’entriamo noi (grafologi)?

E qui le osservazioni di carattere informatico virano verso aspetti più strettamente grafologici laddove sorge l’ineludibile necessità di porre delle domande inerenti all’identità professionale ed all’etica deontologica che soggiace al lavoro del grafologo.

Infatti la vexata quaestio non verte sulla necessità, da parte del professionista, circa l’uso del computer, di internet o l’avere o meno un profilo sui social… tutto questo, seppure interessante, è secondario al problema evidente: la percepita assenza della grafologia, nel panorama delle scienze umane, da parte della società. [5]

Cosa c’entra Facebook con la percezione sociale della grafologia?

Nulla… o forse tutto! Nel senso che è dovere del grafologo far si che la disciplina a cui fa riferimento sia veicolata in maniera congrua nel tessuto sociale attraverso processi comunicativi che rispondano alle modalità proprie del contesto e del tempo in cui esso vive ed opera.

Le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ed i social nello specifico periodo storico) e la pervasività  che esse hanno in tutti i settori della vita umana, giustifica e motiva sempre più l’integrazione di nuove competenze nei percorsi formativi tradizionali e l’introduzione di nuovi specifici ed appropriati percorsi formativi che mirano a sviluppare le nuove professionalità, come richiesto dalle esigenze attuali dell’utente finale.

Scrive De Masi [6] che “…è già capitato all’umanità di entrare in un’epoca nuova senza rendersene conto subito e senza cogliere tempestivamente l’elemento essenziale in base al quale tale epoca poteva essere etichettata.”

Per l’autore se si prova ad immaginare il percorso dell’evoluzione umana immediatamente “…ci si rende conto del fatto che, per millenni, l’uomo ha lavorato e prodotto secondo modalità rurali ed artigianali rimaste più o meno identiche. Poi, appena duecento anni orsono, ebbe inizio l’esperienza industriale basata sulla produzione di massa e poi sull’organizzazione scientifica del lavoro. Questa esperienza, violenta e cruenta quanto altre mai, eppure vitalissima e feconda, in soli due secoli ha posto le premesse per il proprio superamento e per l’instaurazione di un terzo assetto sociale (la terza ondata di cui parla Toffler [7]) profondamente diversa dalle altre e per molti versi  imprevedibile nei suoi sbocchi futuri”. [8]

L’assetto sociale industriale privilegiava i criteri di produttività ed efficienza quali unici procedimenti per ottimizzare le risorse ed i fattori di produzione, assegnando all’intervento formativo un ruolo di secondo piano.

Caratteristica dell’attuale terzo assetto sociale, post-industriale, invece, è la diffusione delle informazioni attraverso i media, fenomeno che mette direttamente in causa i modi di pensare, gli schemi mentali, le tradizioni, la cultura ideale e sociale di milioni e milioni di persone, e che investe la formazione assegnandole un ruolo centrale nei processi produttivi.

Come scrive Hegedus  [9] a tale riguardo, “il vero potere, nella nostra società, consiste nel disporre della capacità di produrre e trattare l’informazione. A partire da ciò è possibile operare scelte che saranno tradotte in pratiche, in tecniche, in bisogni, tramite l’impiego dei mezzi finanziari, tecnici e scientifici necessari”.

Fatte le dovute eccezioni, alla luce di quanto evidenziato, emerge la necessità, da parte della comunità dei grafologi, di una presa di coscienza e di un’analisi critica circa la disfunzionalità, fino ad ora presente, delle modalità comunicative verso l’esterno, con particolare riferimento ai contesti relativi alle scienze limitrofe quali la psicologia, la sociologia ed altre.

Alla certezza che nessun mezzo potrà mai sostituire un contenuto assente, si deve unire la consapevolezza di quanto asserito da McLuhan [10] circa il peso del medium sul messaggio stesso e trovare  mezzi di comunicazione validi per una “…promozione di una più ampia e approfondita conoscenza della grafologia come disciplina scientifica, aperta non solo al contributo dei grafologi, ma anche all’incontro ed allo scambio con gli operatori di altre discipline per un percorso comune finalizzato alla conoscenza ed alla crescita della persona, che è tra le ragioni principali della stessa vita dell’Istituto.”[11]

Solo l’equilibrio e la densità della triade

ETICA – FORMAZIONE – COMUNICAZIONE

potrà garantire un futuro alla grafologia in Italia nei termini di dignità scientifica, identità definita, presenza sul territorio ed operatività rimunerata.

Roberta Cupiccia (grafologa, pedagogista ed informatica

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Note:

[1] A. Di Corinto e A. Gilioli, I nemici della rete – EPUB

[2] Facebook, MySpace, Instagram, Twitter, Google+, LinkedIn, Pinterest, Formspring, Bebo, Friendster, Hi5, Ning, Tagged, Meetup, e altri.

[3] Fonte www.wearesocial.it

[4] Managing Director di We Are Social Singapore

[5] Vedi Bottino M. & Cupiccia R. in relazione “Ipotesi di intervento operativo per una migliore percezione sociale, disciplinare e professionale della grafologi” nel Convegno “GRAFOLOGO-PSICOLOGO: Identità e interazione: una riflessione aperta” organizzato dalla Cattedra internazionale di grafologia dell’Istituto Grafologico Internazionale “Girolamo Moretti” (Mondolfo, 27 settembre 2014)

[6] De Masi D., 1985, L’avvento post-industriale, Franco Angeli, Milano, p.13.

[7] Toffler A., 1987, La terza ondata, Sperling & Kupfer, Milano.

[8] De Masi D., op. cit., p.13.

[9] Hegedus Z., 1985, Il presente è l’avvenire, F. Angeli, Milano.

[10] Marshall McLuhan (1911-1980), sociologo canadese 

[11] vedi Progetto Seshat su www.psyeventi.it promosso dall’Istituto Grafologico Internazionale Girolamo Moretti