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L’importanza di Facebook per l’attività professionale.

Conoscere e saper utilizzare Facebook diventa, oggi più che mai, di significativa importanza per promuovere e sponsorizzare efficacemente il proprio brand e farsi conoscere all’interno del proprio campo professionale. Utilizzare questo social network in maniera ottimale richiede necessariamente l’acquisizione di specifiche conoscenze e competenze, nonché la voglia di mettersi in gioco ed impegnarsi per raggiungere i propri obiettivi.

A tal proposito, la Società Puntopiù intende sostenere ed accompagnare l’utente verso una progressiva autonomia nell’utilizzo di Facebook per promuovere il proprio brand e tende a dare all’imprenditore, al piccolo negoziante o al professionista il necessario know-how per gestire a regime la propria azione pubblicitaria. Tale metodica si serve di formazione online e/o in aula e vede una costante supervisione a favore degli utenti operata dai nostri esperti attraverso la condivisione di corsi online tramite webinar.

I corsi sia in presenza che online proposti dalla Società Puntopiù intendono promuovere nel professionista le capacità di:

  • aprire e gestire in maniera professionale il proprio profilo e la propria pagina;
  • pianificare strategicamente la comunicazione su Facebook;
  • lavorare sulle immagini: freecopyright e strumenti per modificarle (vedi articolo l’importanza delle immagini nel web);
  • leggere, analizzare ed interpretare i dati forniti dagli Insights, ovvero i dati statistici della propria Pagina;
  • scegliere un’immagine idonea e rispondente ai requisiti di Facebook;
  • impostare il Business Manager;
  • redigere ed organizzare un piano editoriale ad hoc in base agli interessi del pubblico;
  • scrivere e pubblicare dei post efficaci su Facebook: copy, emoticon, call to action, tone of voice;
  • analizzare i risultati dei propri investimenti (ROI);
  • comprendere come si strutturano, gestiscono e monitorano i vari tipi di campagne Facebook.

Inoltre si potranno concordare lezioni di aggiornamento in funzione dei cambiamenti dei social e come  questi impattano sulla gestione della  Fan Page.

💻Lezioni sia in presenza che on line. Puoi pianificarle in base alle tue esigenze.

Roberta Cupiccia – Social Media Marketing

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Importanza emoticons - Puntopiù

L’importanza delle emoticon nei post

Ma cosa rappresentano le emoticons o emoji?

Senza rendercene conto gran parte delle nostre emozioni passano attraverso le tastiere e gli schermi dei nostri dispositivi.

Tristezza, felicità, rabbia, disperazione, esaltazioni, stupore. Anche Facebook tempo fa ha aggiunto nuove emoticon, per rispondere alle richieste degli utenti. Studiare l’utilizzo delle faccine può rivelarsi utile anche per comprendere meglio le nuove modalità di interazione sociale. Infatti, scegliere un’emoticon o una emoji piuttosto che un’altra può influire sul modo in cui veniamo percepiti e giudicati dalla persona con cui stiamo comunicando.

Ormai, utilizziamo nella comunicazione on line simboli conosciuti come emoticon ed emoji,  immagini con cui arricchiamo parte della nostra comunicazione non verbale e che permettono di rinforzare, o meno, ciò che in quel preciso istante stiamo “virtualmente” “proiettando” al nostro interlocutore.

Oggi oltre il 90% degli utenti sono soliti inserire emoticon ed emoji in testi scritti ed email e non sembra essere esclusivamente un fatto generazionale; infatti, un’indagine condotta nel 2014 su mille americani ha indicato che soltanto il 54% di chi usa le faccine ha dai 18 ai 34 anni.  Tutto ciò porta inevitabilmente a pensare che la tendenza ad utilizzare le emoticon all’interno della propria comunicazione sia maggiormente legato alla personalità, piuttosto che all’età, della persona.  (fonte: Repubblica )

E sui social quanto sono  importanti?

Definizione: emoticon fonde le due parole inglesi «emotion» e «icon».

Comunicare attraverso le emoji può essere significativo anche per promuovere ed incuriosire l’utente che visita la propria pagina di Facebook o di Instagram o il proprio sito web.

Oltre al ‘importanza dell’immagini o al video, possiamo comunicare con le parole e spingere l’utente verso le azioni che riteniamo opportune.

Con una buona “call to action” nel post, ad esempio, puoi puntare verso il click al sito e aumentare le visite. Oppure, c’è in ballo l’engagement se nel testo inviti a lasciare un commento o a condividere il post sul profilo.

Tutto questo senza dimenticare che con la condivisione di un link hai a disposizione anche il title e la description della preview: questi micro-contenuti possono rafforzare la tua comunicazione sui social.

😊👌Tu le usi? In che modo? Qui di seguito alcuni esempi.

Lista puntata: al classico punto puoi aggiungere un simbolo o un oggetto.

Alert: all’inizio del post puoi inserire degli elementi per attirare l’attenzione.

Invitare all’azione: rafforzare una call to action con una freccia verso il link.

Indicatori di significato: stai parlando di moda? Metti borsa, cappelli ecc.

Per ogni settore hai emoticons o emoji attinenti e rafforzative del messaggio

 

Curiosità: Nel 1982 l’informatico Scott Fahlman crea le prime grafiche 🙂 e 🙁 per distinguere messaggi seri e ironici. Quasi vent’anni dopo un giapponese realizza le emoji.  Dagli Usa al Giappone, le prime 176 emoji sono state disegnate nel 1999 da Shigetaka Kurita, un dipendente di una società di telecomunicazioni nipponica. Si ispira ai manga, ai caratteri cinesi e ai segnali stradali per creare icone di 12×12 pixel. 🌐🌍🎯

Hai bisogno di una consulenza per la tua pagina di facebook?

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GDPR cos’è

  • Il prossimo 25 Maggio 2018 entrerà in vigore il GDPR n. 679/2016, ovvero il nuovo Regolamento Europeo in materia di protezione dei dati personali.
  • L’adempimento a questo Regolamento è indipendente dal numero di pagine di un sito o dalla dimensione di un’azienda
  • Questa nuova legge sui dati personali degli utenti, interessa tutti i siti web situati nell’Unione Europea, e comunque i siti web che prevedono di avere interazioni da parte di utenti provenienti dai paesi dell’UE.
  • L’aspetto più importante per i siti web è il trattamento dei dati personali degli utenti ossia qualsiasi informazione riguardante una persona fisica, come ad esempio, il nome, la foto, l’indirizzo e-mail, i dati bancari, l’indirizzo di residenza o l’indirizzo IP e  qualsiasi operazione avvenuta sui dati. Quindi anche la memorizzazione dell’IP (es. tramite cookie) costituisce una forma di trattamento dei dati personali degli utenti.
  • Anche la cosiddetta “Cookie Law“, in realtà risponde al GDPR perche’ attraverso i cookie è possibile identificare un individuo tramite il proprio dispositivo potendo cosi risalire alla persona. Quindi dati personali = GDPR.
  • Non basta piu’ quindi una dichiarazione generica per il rispetto della privacy, ma una serie di documenti molto piu’ dettagliati che oltre che all’utente devono essere messi a disposizione (rispettandone un aggiornamento periodico) alle autorità competenti.

L’importanza delle immagini nel web

 

Le persone ricordano l’80% di ciò che vedono, il 15% di ciò che leggono e solo il 5% di ciò che sentono. È questo il motivo per cui le immagini sono il vero valore aggiunto per un sito web o un post social.

Perché un sito web, anche se ha un’impostazione grafica accattivante, senza immagini è noioso?

Non solo perché tutti amano le immagini, che sono “empatiche”, capaci di suscitare emozioni.  Ma anche perché, in un tempo contratto come quello in cui viviamo, non c’è tempo per la lettura di una pagina intera. Mentre leggere molto testo richiede un impegno maggiore della rapida “scansione” di un’immagine.

Ma come rendere i contenuti visivi di impatto e funzionali alla trasmissione di un messaggio?

Poi, le immagini possono innescare tutta una serie di emozioni e ricordi, che le rende molto coinvolgenti. Infine, le immagini possono superare le barriere linguistiche molto meglio di un testo.

Le immagini sono un modo semplice per migliorare l’esperienza dell’utente di ogni sito web. Il 90% di tutte le informazioni che percepiamo e che viene trasmesso al nostro cervello è visivo. Le immagini possono aiutare ad attirare l’attenzione e guidare il visitatore. Possono essere di grande valore, quando si tratta di presentare informazioni importanti ma sono anche e soprattutto un grande “valore emozione” che è possibile utilizzare per attirare i visitatori e farli concentrare sul contenuto.

Quando si utilizzano immagini, è importante sapere il perché. Non basta utilizzare le immagini per sbarazzarsi di troppi spazi bianchi. Ogni immagine del vostro sito o social dovrebbe rispondere ad alcune domande:

  1.  Perché si è scelta quell’immagine specifica e non un’altra?
  2. Perché ho messo l’immagine in quel determinato punto?
  3. Riducendo tutto in maniera esagerata la mia foto si distingue?
  4.  La mia foto è nitida?

Se non sapete rispondere a una di queste quattro domande, sarebbe il caso vi prendiate un minuto per capire effettivamente se sia il caso di cambiare foto o posizione. Tenete sempre a mente che si dovrebbero utilizzare solo immagini che in qualche modo supportino il contenuto testuale e anche il posto che queste occupano in pagina ha la sua rilevanza.

In conclusione le immagini piacciono perché sono facili da realizzare, reperire, salvare e condividere. Se usate con la ragione, le immagini possono attrarre e guidare i vostri utenti e costruire in loro la fiducia necessaria nello scegliere o meno i vostri prodotti o le vostre soluzioni.

Victor Bottino

Immagine e Identità nel web

L’identità professionale passa anche attraverso l’immagine facebook. Il web ha regole e proprietà che non sono conosciute da molti.

Per i professionisti, associazioni e scuole: le immagini di facebook

Queste categorie si trovano nella condizione di veicolare i propri eventi o presentare il loro profilo utilizzando regole, magari anche corrette in altri ambiti comunicativi, come colori, equilibrio estetico, informazioni ma che nel contesto dei social non trovano riscontro.

Le modalità di inserimento dei post hanno regole ben definite, ma in continuo aggiornamento. E purtroppo con i tempi contratti di questa era informatica dove ciò che ieri, ma proprio ieri, era valido… oggi non lo è più!

Accade così che le pagine istituzionali o professionali Facebook (Fan-Page) sono poco visitate (nonostante i molti “Mi piace”), i siti “dormono” indisturbati e la rete, che potrebbe costituire un veicolo straordinario di comunicazione e d’immagine, il più delle volte rimane un contenitore in cui si trovano informazione che saranno lette solo da chi già ci conosce… e neanche sempre!

Come intervenire

Le modalità di intervento in questo ambito richiede impegno tecnico ed economico. Un vero e proprio investimento.

Molto spesso le web agency o i programmatori propongono soluzioni che, pur avendo una logica tecnica, di fatto non rispondono alle reali esigenze della psicologia e agli eventi correlati, in cui l’interesse degli utenti segue percorsi legati al bisogno, o desiderio, e al progetto esistenziale.

Si tratta, per questo, di attivare una sinergia tra chi “propone” l’evento e chi lo deve “promuovere”.

Presentare l’evento significa definire una strategia comunicativa che deve andare ben oltre i contenuti. L’immagine facebook svolge una funzione di contenimento delle emozioni e aiuta la promozione di se stessi o di un evento.  Le immagini catturano subito l’attenzione delle persone in un post o in un evento, costituiscono il biglietto da visita del profilo profilo.

Roberta Cupiccia

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Su Facebook: Profilo Utente o Fan Page?

La domanda più frequente che ogni Social Media Marketing si sente ripetere da un nuovo cliente è: “Che differenza c’è tra Profilo e Fan Page?” e, in cascata: “Sono una psicologa (grafologa, artista, scrittrice…) conviene avere solo il profilo privato o devo avere anche una Fan Page?”.

Le risposte sono tutt’altro che scontate, perché di più risposte si tratta, in quanto l’argomento ha contenuti trasversali che implicano più azioni non solo su FB, ma anche in relazione alla gestione del sito o del blog del professionista.

FB ha lanciato Fan Page (o Pagine pubbliche) nel 2007 differenziando questa dalla pagina del profilo e, dietro la scelta di dividere i due prodotti, c’era e c’è un valido motivo.

Lo scenario odierno del mercato del lavoro è orientato a mettere al centro le persone e, di conseguenza, il personal branding è sempre più importante sia per i singoli che per le aziende e capire come valorizzare la propria presenza sul FB, il social network più influente al mondo, diventa necessario.

Basta un profilo personale o è necessario aprire una pagina? Posso avere solo una pagina FB ed evitarmi di gestire richieste di amicizia con un profilo?

Il profilo personale è lo strumento che FB mette a disposizione delle persone per presentarsi, raccontarsi e instaurare legami con altre persone attraverso l’apposita formula della “richiesta di amicizia[1].

Come riporta il file del centro assistenza di FB “I profili personali sono solo per uso individuale e non commerciale. Rappresentano singole persone e devono essere creati con i nomi individuali”.

La pagina è lo strumento attraverso il quale si possono promuovere aziende, marchi, prodotti, ma anche cause, interessi e comunità, quindi qualsiasi cosa non abbia a che fare con una persona comune.

Delle persone diventi “amico”, delle pagine diventi “fan”.

C’è molta confusione in merito e tante imprese, associazioni e professionisti utilizzano il profilo personale anziché la pagina per promuoversi all’interno della piattaforma.

Ancora, da FB, «i profili personali non sono destinati all’uso commerciale e rappresentano singole persone. Puoi seguire i profili per vedere gli aggiornamenti pubblici delle persone che ti interessano ma che non fanno parte dei tuoi amici. Le pagine sono simili ai profili personali, ma offrono strumenti esclusivi per aziende, marchi e organizzazioni».[2]

Quando ti iscrivi a questo social network sottoscrivi la dichiarazione dei diritti e delle responsabilità: ogni utente iscritto si impegna a “…non usare il proprio diario personale principalmente per ottenere profitti commerciali, ma usare piuttosto una pagina FB a tale scopo”.[3]

 Aprire una Pagina FB: pro e contro

Se sei un professionista che vuole investire su se stesso e vuoi rendere FB una concreta risorsa di business non hai alternativa: devi aprire una pagina.

Con un profilo personale non solo non potrai avere più di 5.000 amici (con una pagina invece il numero di fan è illimitato), ma non avrai accesso a nessun tipo di dato analitico. Cosa vuol dire?

Vuol dire che non hai la possibilità per verificare chi vede i tuoi post, quanti li vedono, se li condividono, a che ora li vedono,… non hai FB Ads, uno degli strumenti pubblicitari più potenti e precisi al mondo.

Il monitoraggio di questi dati è un aspetto fondamentale della  strategia che FB mette a disposizione gratuitamente per le pagine. Il  pannello di analisi (denominato insight) ti fornisce le informazioni più importanti per comprendere l’andamento della tua pagina e dei singoli post. Basti pensare quanto sia importante conoscere l’orario in cui i tuoi utenti sono collegati maggiormente: è in quell’orario che tu devi inserire i tuoi post e, attraverso insight, puoi scriverli antecedentemente e programmarli affinché escano in quel momento preciso!

Per questo aprire e gestire una pagina richiede strategia, impegno e costanza, tutti aspetti che devi esser certo di poter curare per non favorire l’effetto opposto, ovvero quello di un professionista amatoriale.

I pro e i contro di questa operazione vanno esaminati prima di prendere una decisione relativa all’attivazione di una pagina.

Tra i pro:

  • presenza “professionale” ed “ufficiale” sul social;
  • accesso a dati analitici (insight);
  • possibilità di fare pubblicità mirata con target.

Tra i contro:

  • necessità di una strategia, piano editoriale ed investimento continuativo in FB Ads per avere risultati;
  • necessità di aggiornare la pagina in modo continuativo per evitare la percezione da parte dell’utente che legge di una pagina o di un marchio non professionalmente curato ed attuale.
  • Necessità di una gestione, o comunque supervisione, di professionisti SEM, per non correre il rischio di perdere credibilità (epic fail) per manifesta incapacità di utilizzare gli strumenti che FB offre.

FB rimane ancora il social network più importante al mondo. Basti pensare che il 77% dei login ai siti viene effettuato proprio con il profilo FB.[4] Per questo, e non solo, una Pagina ben strutturata rimane uno strumento importantissimo di promozione professionale.

Ed il profilo personale FB?

Anche se apriamo una pagina, il profilo FB resta importante; ci permette infatti di condividere i contenuti della pagina dando un tocco personale, raggiungendo in primis chi potrebbe essere più coinvolto dagli stessi (i nostri amici e colleghi, appunto) ed aumentandone quindi la visibilità.

Oltretutto, non si può gestire una pagina FB senza un profilo per cui è meglio affiancare all’attività professionale della pagina quella del profilo personale che, se utilizzato strategicamente, permette di valorizzarne i contenuti.

Necessita per questo lo studio di una strategia che contempli, per esempio, quale target raggiungere e cosa aspettarsi come ritorno (visite sul sito, acquisto di prodotti, acquisizione di contatti,…).

Anche qui emerge la necessità di una conoscenza approfondita delle interazioni corrette tra pagina e profilo che, insieme ai contenuti inseriti, saranno in grado di valorizzare le proprie competenze ed esperienze.

Sono numerosi i fattori da tenere in considerazione.

Fra questi, solo per dare un esempio dei numerosi ed imprescindibili accorgimenti necessari:

  • Nome e indirizzo della pagina immediatamente ricollegabile alla nostra professione/azienda/impresa capace di identificarti non solo sul search di FB, ma anche su Google attraverso regole che normano l’uso di maiuscole, minuscole, uso di caratteri speciali…
  • Personalizzazione del nome della propria pagina (“vanity url”- @nomepagina) per facilitarne la condivisione e la ricerca, cosi da utilizzarlo come firma nelle email o nei bigliettini da visita.
  • Ottimizzazione della sezione “about” – Informazioni fra cui orari di apertura – chiusura (anche differenziati per singoli giorni della settimana); essere certi che la mail e il numero di telefono permettano l’invio di una mail o l’inizio di una telefonata con un semplice clic del mouse / tocco del dito in caso di smartphone.

FB va inquadrato per ciò che è: un canale che permette di creare dei punti di contatto tra le competenze del professionista (o del prodotto dell’azienda) e i possibili utenti (clienti) attraverso un “processo di acquisto” utile non solo per una prima conoscenza ma, successivamente, per il mantenimento di un legame fatto di informazioni, proposte, comunicazioni, offerte ed altro ancora.

E tutto questo è solo l’inizio della nostra presenza nel web che, per essere efficace, deve rispettare regole e modalità che, almeno nella fase iniziale, dovranno essere acquisiti attraverso la partecipazione ad un processo formativo specifico condotto da un professionista in ambito SEM (Social Media Marketing) meglio se in possesso di competenze e conoscenze specifiche del nostro spazio professionale.

Roberta Cupiccia (Grafologa, Pedagogista e Social Media Marketing

_______________________

Note: 

[1] “Strategie e tattiche di Facebook Marketing” di V.Gentili

[2] facebook.com – bit.ly/AssistenzaProfiloFB

[3] facebook.com – bit.ly/RegolamentoFacebook

[4] Davide Morante, social media manager di Parma – www.davidmorante.it

Learning by doing

Imparare facendo, imparare attraverso il fare.

Già dagli anni 80 la profezia formulata da Seymour Papert[1] enunciava che la tecnologia digitale fosse un indispensabile e potentissimo tool cooperativo-sociale per l’apprendimento ed un ottimo mezzo per la formazione. Egli sostiene l’uso del computer come supporto all’istruzione e nel contempo ambiente d’apprendimento che aiuta a costruire nuove idee.

La rivoluzione digitale nel campo della formazione lo testimonia – e in particolarmente dal Web 2.0 – si tende a rendere praticabili dei corsi on line per un numero sempre più grande di discenti suffragati dalle metodologie pedagogiche del costruttivismo, dell‘attivismo e del learning by doing (imparare facendo, imparare attraverso il fare.)

Sono gli stessi formandi, siano essi professionisti riflessivi o studenti, a suggerire all‘educazione formale ed alle istituzioni formative un nuovo stile di apprendimento digitale, nuove modalità didattiche e nuovi stili di insegnamento. l discenti praticano e richiedono sempre di più nuove opportunità di “imparare a fare da soli“, di apprendere attraverso il fare, di cooperare e personalizzare il loro stile di apprendimento[2].

[3][1]img Livia Petti – Apprendimento informale in rete. Dalla progettazione al mantenimento delle comunità on line: Dalla progettazione al mantenimento delle comunità on line

 Alcune considerazioni

  1. Accesso alle informazioni e alla conoscenza.[4]

A questo primo livello la Rete può essere considerata educativa in quanto, sul lato cognitivo, aiuta il soggetto ad esercitare abilità di recupero e selezione dell’informazione È sufficiente pensare alla preziosa funzione svolta dai motori di ricerca e dagli archivi digitali che permettono di reperire materiali bibliografici (cataloghi, articoli, libri riviste italiane e straniere) e multimediali (audio, immagini e video). Inoltre, l’aggiornamento costante e permanente nel tempo può essere facilitato dalla volontà del soggetto di permanere in Rete con l’intenzione di recuperate e ricercare informazioni servendosi del materiale disponibile nell‘online. Ovviamente il successo di questo livello è strettamente legato alle capacità del singolo di discernere, nell’intricato mondo della Rete, le informazioni rilevanti da quelle che non lo sono.

  1. Condivisione delle informazioni e della conoscenza.

Questo livello è caratterizzato da un gruppo di individui che sono interessati a confrontarsi e a mettere in comune esperienze e risorse. È qui che troviamo le comunità on line e le reti sociali, meglio conosciute come Social Network. ll risvolto educativo del livello è evidente: se intendo approfondire un concetto o desidero ricevere un’informazione, mi rivolgo a chi mi può aiutare (perché magari più esperto) e lo inserisco nella mia rete; a mia volta anch’io, se sono a conoscenza di un’informazione, sarò ben disposto a condividerla con la mia cerchia, sia professionale che amicale.

  1. Nuove tecnologie per i processi formativi formali.

Ci riferiamo a tutte quelle attività didattiche formali che nascono con l’intenzione di far apprendere i discenti e che possono essere svolte con il supporto telematico. Un corso on line su qualsivoglia argomento, può essere un esempio. Questi livelli contribuiscono a definire la Rete un nuovo territorio dell’educazione in quanto il Web può diventare ambiente portante di attività educative, siano esse formali o informali. Uno dei contesti di studio informali più interessanti negli ultimi decenni riguarda le comunity on line, generalmente conosciute a livello internazionale e nel gergo della Rete come “community”. Particolare importanza rivestono le community on line costituite da professionisti di specifiche competenze la cui sinergia comunicativa diventa un luogo di trasformazione alchemica delle competenze e delle conoscenze. Ormai è uso lo scambio e la condivisione del sapere tra coloro che sono i rappresentanti eccellenti della comunità scientifica, in particolare nell’ambito della fisica di frontiera e della tecnologia futuristica.

Un esempio fra tutti: il webinar

Cos’è un webinar? Banalmente è una possibilità di fruire di corsi, lezioni, conferenze senza doversi spostare fisicamente in un luogo specifico, ma direttamente dalla propria casa partecipando all’evento attraverso l’uso del proprio pc.

Come avviene? L’organizzatore dell’evento invia per email ad ogni singolo partecipante un link che, cliccato, porta il partecipante dentro l’aula in cui avviene la lezione. Egli potrà vedere ed udire il docente, vedere le slide che questo proietta, intervenire al dibattito sia verbalmente che per scritto.

Ma il valore aggiunto di questa (così come di altre esperienze di formazione a distanza) è la possibilità di interagire con persone che non avremmo avuto modo di conoscere e con le quali difficilmente avremmo interagito. È un’occasione in cui più persone si ritrovano via Internet, mediante una piattaforma o un software specifico con la funzione di raccoglie tutti gli strumenti utili all’interazione).

I partecipanti si trovano nello stesso momento (modello sincronico) a discutere o ad acquisire competenze circa un certo argomento. Sono quindi evidenti alcuni punti fondamentali che ci conviene riassumere come segue.[5]   (img 2)

Una riflessione ed un invito

L’esperienza formativa vuole sollecitare l’insegnamento verso l’uso didattico delle tecnologie, e mettere in evidenza quanto sia importante progettare e realizzare questo tipo di percorsi formativi in modo stabile e continuativo. La tecnologia è oggi sempre più piccola e portabile e consente di mantenere continuamente aperto il canale di connessione. Queste condizioni pongono come centrale a livello didattico e il tema della competenza digitale. Se la “scuola” è buona non può prescindere dal fare con … e senza … le tecnologie, dove le competenze professionali del docente possano effettivamente mettere in azione quegli aspetti motivazionali e migliorativi nel rapporto tra insegnamento e apprendimento, tenendo inoltre in considerazione come la tematica della cittadinanza digitale è oggi, e lo sarà ancor di più in futuro, sempre più centrale. [1 – Temi / 1.18 Digitale E Didattica: La Formazione Docenti]

La comunità (non ancora community!) dei grafologi, analogamente ad altre classi di professionisti spesso afferenti all’area che anticamente si definiva “classica” esprime una sostanziale difficoltà (resistenza, pregiudizio,…?) verso tutto ciò che si muove in quello che, sempre anticamente, veniva definito “scientifico”. Ancor più se definito “tecnologico”!

Rifiutare le nuove tecnologie pone il grafologo “fuori” dal contesto scientifico e digitale, capire che è indispensabile questo passaggio è fondamentale al fine di migliorare le proprie competenze.

Roberta Cupiccia (Grafologa, Pedagogista e Social Media Marketing)

________________

Note:

[1] n. a Pretoria, 1928: matematico, informatico e pedagogista sudafricano naturalizzato statunitense.

[2] Le nuove forme di esclusione nella società dell’informazione Disponibilità immediata. Bentivegna Sara, 2009, Laterza

[3]img Livia Petti – Apprendimento informale in rete. Dalla progettazione al mantenimento delle comunità on line: Dalla progettazione al mantenimento delle comunità on line

[4] Livia Petti – Apprendimento informale in rete. Dalla progettazione al mantenimento delle comunità on line: Dalla progettazione al mantenimento delle comunità on line

[5] Webinar professionali: Progettare e realizzare eventi live coinvolgenti ed efficaci Luca Vanin, Fabio Ballor

Il fenomeno delle on-line community

Lathe biosas” – “Vivi nascosto” diceva Epicuro.

Ai suoi tempi era la vita politica e sociale quella da cui rifuggire per perseguire, indisturbati, la propria felicità. Ma oggi questa frase assume altri significati, completamente diversi.

Oltre alla vita di relazioni, fatta di incontri, cene, uscite e chiacchiere si vive anche in rete: il luogo più raggiungibile della terra.

Le informazioni, le notizie, le opinioni sono creati per essere esposti, condivisi, compartecipati in maniera così corposa da innescare quello che si chiama l’overflow: l’eccesso di informazioni!

Sempre più la rete sta assumendo un ruolo importante non solo per informarsi, ma anche per potersi costruire un’opinione delle persone e delle community: luoghi virtuali in cui risiede una conoscenza diffusa tra i membri che vi partecipano.

In esse le persone condividono volontariamente le proprie conoscenze, esperienze e opinioni, che diventano nuove fonti (non sempre attendibili) da cui trarre informazioni fondamentali per migliorare il processo di conoscenza e di apprendimento.

Le online community,[1], sono concepite come strutture di coordinamento che non hanno una base contrattuale né gerarchica, bensì sociale. La diffusione delle online community, include il cambiamento organizzativo, la reputazione, la conoscenza e i correlati processi di apprendimento organizzativo.

Esse si articolano su tre diverse dimensioni:

L’ambiente che comprende tutto ciò che è esterno, come la tecnologia[2] che può innescare una trasformazione alla community ed è in grado di influenzarne l’operatività e la capacità di accedere alle risorse di cui necessita. Basti pensare alla possibilità attuale di accedere in rete da uno smart phone (perciò da qualunque posto senza la necessità di avere a disposizione un ingombrante computer). Cosa impensabile solo un decennio fa.

Gli attori che sono i soggetti, appartenenti o meno alla community, i cui comportamenti sono mossi da aspettative, esigenze e pulsioni emotive oltreché dalla razionalità (Costa e Gubitta, 2008).

Nell’approccio evolutivo la community viene interpretata come un sistema che cambia sotto la spinta di una pluralità di attori (stakeholder) che interagiscono con l’ambiente.

Di conseguenza, l’ambiente influenza l’organizzazione e a sua volta viene influenzato dall’attività di attori interni ed esterni alla community.

Infine il tipo di relazioni tra gli attori come possibilità di rete collaborativa, al modo in cui gli attori coinvolti nel processo di cambiamento pensano che ciò accadrà.

Le comunità virtuali sono aggregazioni di soggetti che nell’ambito di uno spazio condiviso, danno vita a una fitta rete di relazioni al fine di soddisfare esigenze diversificate di natura economica e sociale.[3]

Le motivazioni che spingono a partecipare alle community sono il desiderio di costruire relazioni e la necessità di ottenere informazioni dalla stessa comunità.

In che modo di può fare apprendimento nelle community?[4]

Le potenzialità di una on-line community nei processi di apprendimento si basano tanto sull’eterogeneità delle conoscenze in essa scambiate quanto sullo sviluppo di legami interpersonali tra i membri della community, che favoriscono il trasferimento di conoscenza di tipo tacito. I due concetti sono riconducibili al tema della distanza cognitiva.

La distanza cognitiva rappresenta la differenza fra gli schemi cognitivi dei diversi attori coinvolti nel processo di apprendimento. Tali schemi fanno principalmente riferimento al modo in cui vengono interpretati i fenomeni ambientali, il quale dipende in ultima istanza dalla cultura, dai valori, dalle attitudini, dalle esperienze e dalle conoscenze possedute dai soggetti coinvolti nel processo di apprendimento (Nooteboom e Gilsing, 2004).

Il concetto di distanza cognitiva ha trovato ampia diffusione nella letteratura sui network e sull’apprendimento inter-organizzativo, ove si afferma che per un efficace processo di apprendimento è necessario raggiungerne un livello ottimale (Nooteboom and Gilsing, 2004).

Conseguentemente, l’efficacia del processo di apprendimento è funzione della varietà ed eterogeneità della conoscenza scambiata tra i soggetti e dell’effettiva capacità di assorbimento della stessa da parte dei soggetti coinvolti.

Per quanto concerne la diversità della conoscenza posseduta e la distanza degli schemi cognitivi delle parti coinvolte nel processo di apprendimento, diversi studi hanno dimostrato la loro importanza nell’apprendimento in quanto stimolano la generazione di nuove idee e l’applicazione di diversi utilizzi della conoscenza stessa.

In altre parole l’incontro della diversità stimola lo sviluppo di nuova conoscenza. Questo ci porta ad affermare che all’aumentare della distanza cognitiva tra i membri di una online community si verificherà un aumento dell’efficacia dei processi d’apprendimento.

Tuttavia, poiché la distanza cognitiva esprime la differenza tra gli schemi cognitivi e lo stock di conoscenza posseduta dai membri della community, all’aumentare della stessa diminuirà necessariamente il livello relativo di absorptive capacity, in quanto capacità dei soggetti di “assorbire” la conoscenza.

L’eterogeneità delle conoscenze scambiate e il livello di absorptive capacity si presentano quindi in relazione di trade-off  [5] tra loro.

In questi spazi le persone, eterogenee tra di loro, si aggregano perché accomunate da una passione comune o perché sono interessate allo stesso argomento.[6]

Ogni cerchio rappresenta una persona, mentre il colore un interesse affine. Quindi nello stesso spazio ci sono tante persone che hanno interessi affini.

La community progettata e ben gestita organizzerà le persone in sottogruppi e motiverà l’interazione e la comunicazione. Esisteranno persone che, seppure interessate agli argomenti comuni, non aderiranno al processo comunicativo della community.

Lo step successivo è fare in modo che le persone presenti nei singoli gruppi possano iniziare a comunicare tra di loro. Chi ha deciso di rimanere fuori dal flusso della comunicazione, continuerà a rimanere fuori anche se potrà aver cambiato la sua posizione relazionale.

Una volta messe in contatto le persone e offerta loro la possibilità di interagire, è possibile mettere in contatto i vari gruppi.

La community nasce, perciò, dalla voglia di appartenere ad un gruppo e dal desiderio di rafforzare la propria identità.

Riepilogando, gli elementi costitutivi e le motivazioni di una community sono:

  • condividere nuove idee e suggerimenti pratici;
  • innovare attraverso il brainstorming;
  • collaborare attraverso discussioni aperte;
  • imparare cose nuove dagli altri membri della community.

Tutto questo può riguardare il mondo della grafologia?

Certamente sì. Un esempio, fra tanti, è il portale  Grafologia[7] che nasce con l’intento di creare una community di grafologi che possano interagire tra di loro e con altri gruppi limitrofi per interessi.

I dati desunti da google analytics parlano chiaro: c’è un forte interesse all’argomento e migliaia di persone che interagiscono con il portale e con la relativa pagina di Facebook, ma poca disponibilità all’interazione ed alla valorizzazione degli argomenti trattati.

Drammaticamente si evince che i professionisti grafologi italiani si trovano ancora nel primo step del processo costituente la community e questo ritardo implica un impoverimento della cultura grafologica e un ritardato inserimento all’interno di community limitrofe (psicologi, sociologi, etc.).

Le conseguenze sono ben visibili a livello sociale: la percezione della grafologia ed ancor più la sua possibile validazione scientifica sono ben lungi dall’essere presenti. Diversamente in altre nazioni dove la figura del grafologo ha altra dignità e diverso peso nell’interazione con la comunità scientifica.

Anche per la grafologia dobbiamo sperare in qualche piano Marshall, proveniente dai nostri colleghi esteri?

Purtroppo, così è… anche se non vi pare.

Roberta Cupiccia (Grafologa, Pedagogista e Social Media Marketing)

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Note:

[1]Libro Claudia Dossena “Reputazione, apprendimento e innovazione nelle imprese Il ruolo delle online community

[2] Per estensione, la tecnologia comprende tutte le attività preposte alla produzione nel cui ambito rientra anche la diffusione del sapere (strumenti, impianti e materiali, e know-how).

[3] Albero Pastore e Maria Vernuccio, “Marketing Innovazione e tecnologie digitali

[4] Libro Claudia Dossena “Reputazione, apprendimento e innovazione nelle imprese Il ruolo delle online community

[5] È una situazione che implica una scelta tra due o più possibilità, in cui la perdita di valore di una costituisce un aumento di valore in un’altra.

[6] Le immagini ricalcano quanto in http://communitymanagerfreelance.it/

[7] www.puntografologia.it

Ma cosa c’entriamo noi?

Cosa poteva fare la lobby degli amanuensi quando Gutenberg stampò la prima Bibbia? Dapprima cercarono di fermare il fenomeno, poi tentarono di controllarlo per poi adottarlo come mezzo di comunicazione. Praticamente si adattarono al nuovo medium con tutti i pro e i contro che la nuova situazione creava e stimolava.

Così raccontano gli autori [1] del libro “I nemici della rete” evidenziando che “…la stampa a caratteri mobili diede un gigantesco contributo al Rinascimento, favorendo l’affermazione del vernacolo e il declino del latino, il che a sua volta preparò l’Europa agli Stati nazione.

Molto altro, nel corso dei secoli, ha imposto cambi radicali nella coscienza, nel pensiero e nel modo di vivere degli individui: dalla macchina a vapore all’elettricità, dalla scoperta dell’inconscio freudiano alla relatività einsteiniana, e, in ordine sparso, Galileo, Darwin, Edison, Newton, Marconi, il principio d’indeterminazione di  Heisenberg, il teorema di Gödel…

Ancora una volta (e sarà così fino alla fine dei tempi) ci troviamo di fronte ad un cambiamento epocale che vede i suoi prolegomeni nelle teorie del determinismo tecnologico, nei concetti di villaggio globale e di potere dell’informazione… e nell’idea di social network di Mark Zuckerberg, Sergey Brin e Larry Page!

I cosiddetti social [2] stanno cambiando il modo di relazionarsi delle persone: e questo avviene con una intensità e forza che a pochi è nota.

Qualche numero della sola realtà italiana [3]:

–  il 78% della popolazione dichiara di avere un profilo su un social network;

– il 76% vi accede più volte al giorno;

– il 63% ha più di 50 amici collegati al proprio profilo.

Queste percentuali, da sole, hanno uno scarso potere di evidenziare il fenomeno; le grafiche seguenti (aggiornate a gennaio 2014) evidenziano qualcosa in più.

In Italia, su una popolazione globale di oltre 61 milioni di individui, oltre 35 milioni è utente internet e ben 26 milioni sono utenti Facebook. Impressionante è l’enorme quantità di utenti mobile (cellulare).

Altro dato da considerare è il tempo medio trascorso online dagli utenti: quasi 5 ore, di cui 2 ore attraverso device mobili.

L’uso dei cellulari di ultima generazione (smartphone) permette all’utente di rimanere collegato alla rete senza soluzione di continuità.

Osserviamo che i social media sono parte integrante dell’esperienza quotidiana delle persone: il 54% dell’intera popolazione li utilizza per una media di 2 h 29’ al giorno e, in larga parte, attraverso device mobile. L’utilizzo di servizi che si basano sulla location dell’utente è ancora in fase di sviluppo (solo il 16%).

La quasi totalità degli utenti internet possiede un account social media, mentre quasi la metà li utilizza con cadenza almeno mensile.

Nell’ultima grafica si evidenzia come l’utilizzo di smartphone è sempre più diffuso, soprattutto per la ricerca di informazioni contestuali al luogo in cui si trova l’utente, ma anche per scoprire prodotti o servizi. Sono dati molto interessanti anche alla luce del contesto internazionale.

Simon Kemp, [4] così si esprime sulla situazione italiana rispetto al resto del mondo sul tema social, digital e mobile:

L’elemento social in Italia è molto interessante se paragonato alla media dei paesi presi in considerazione e molto superiore alla media mondiale (penetrazione al 42% contro 26%).

Questo dato risalta ancora di più se considerato alla luce della penetrazione internet o con la situazione di altri paesi. Prendiamo ad esempio la Germania, che ha una penetrazione internet molto più alta dell’Italia (84% contro 58%), ma che ha una penetrazione social decisamente più bassa (35% della Germania contro 42% dell’Italia).

Non è da escludere che l’approccio mediamente più aperto alla socializzazione insito nella cultura italiana rispetto ad altri paesi abbia un impatto su questa forte propensione all’utilizzo dei canali social.

A questo punto la domanda posta nel titolo è d’obbligo:

Ma cosa c’entriamo noi (grafologi)?

E qui le osservazioni di carattere informatico virano verso aspetti più strettamente grafologici laddove sorge l’ineludibile necessità di porre delle domande inerenti all’identità professionale ed all’etica deontologica che soggiace al lavoro del grafologo.

Infatti la vexata quaestio non verte sulla necessità, da parte del professionista, circa l’uso del computer, di internet o l’avere o meno un profilo sui social… tutto questo, seppure interessante, è secondario al problema evidente: la percepita assenza della grafologia, nel panorama delle scienze umane, da parte della società. [5]

Cosa c’entra Facebook con la percezione sociale della grafologia?

Nulla… o forse tutto! Nel senso che è dovere del grafologo far si che la disciplina a cui fa riferimento sia veicolata in maniera congrua nel tessuto sociale attraverso processi comunicativi che rispondano alle modalità proprie del contesto e del tempo in cui esso vive ed opera.

Le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ed i social nello specifico periodo storico) e la pervasività  che esse hanno in tutti i settori della vita umana, giustifica e motiva sempre più l’integrazione di nuove competenze nei percorsi formativi tradizionali e l’introduzione di nuovi specifici ed appropriati percorsi formativi che mirano a sviluppare le nuove professionalità, come richiesto dalle esigenze attuali dell’utente finale.

Scrive De Masi [6] che “…è già capitato all’umanità di entrare in un’epoca nuova senza rendersene conto subito e senza cogliere tempestivamente l’elemento essenziale in base al quale tale epoca poteva essere etichettata.”

Per l’autore se si prova ad immaginare il percorso dell’evoluzione umana immediatamente “…ci si rende conto del fatto che, per millenni, l’uomo ha lavorato e prodotto secondo modalità rurali ed artigianali rimaste più o meno identiche. Poi, appena duecento anni orsono, ebbe inizio l’esperienza industriale basata sulla produzione di massa e poi sull’organizzazione scientifica del lavoro. Questa esperienza, violenta e cruenta quanto altre mai, eppure vitalissima e feconda, in soli due secoli ha posto le premesse per il proprio superamento e per l’instaurazione di un terzo assetto sociale (la terza ondata di cui parla Toffler [7]) profondamente diversa dalle altre e per molti versi  imprevedibile nei suoi sbocchi futuri”. [8]

L’assetto sociale industriale privilegiava i criteri di produttività ed efficienza quali unici procedimenti per ottimizzare le risorse ed i fattori di produzione, assegnando all’intervento formativo un ruolo di secondo piano.

Caratteristica dell’attuale terzo assetto sociale, post-industriale, invece, è la diffusione delle informazioni attraverso i media, fenomeno che mette direttamente in causa i modi di pensare, gli schemi mentali, le tradizioni, la cultura ideale e sociale di milioni e milioni di persone, e che investe la formazione assegnandole un ruolo centrale nei processi produttivi.

Come scrive Hegedus  [9] a tale riguardo, “il vero potere, nella nostra società, consiste nel disporre della capacità di produrre e trattare l’informazione. A partire da ciò è possibile operare scelte che saranno tradotte in pratiche, in tecniche, in bisogni, tramite l’impiego dei mezzi finanziari, tecnici e scientifici necessari”.

Fatte le dovute eccezioni, alla luce di quanto evidenziato, emerge la necessità, da parte della comunità dei grafologi, di una presa di coscienza e di un’analisi critica circa la disfunzionalità, fino ad ora presente, delle modalità comunicative verso l’esterno, con particolare riferimento ai contesti relativi alle scienze limitrofe quali la psicologia, la sociologia ed altre.

Alla certezza che nessun mezzo potrà mai sostituire un contenuto assente, si deve unire la consapevolezza di quanto asserito da McLuhan [10] circa il peso del medium sul messaggio stesso e trovare  mezzi di comunicazione validi per una “…promozione di una più ampia e approfondita conoscenza della grafologia come disciplina scientifica, aperta non solo al contributo dei grafologi, ma anche all’incontro ed allo scambio con gli operatori di altre discipline per un percorso comune finalizzato alla conoscenza ed alla crescita della persona, che è tra le ragioni principali della stessa vita dell’Istituto.”[11]

Solo l’equilibrio e la densità della triade

ETICA – FORMAZIONE – COMUNICAZIONE

potrà garantire un futuro alla grafologia in Italia nei termini di dignità scientifica, identità definita, presenza sul territorio ed operatività rimunerata.

Roberta Cupiccia (grafologa, pedagogista ed informatica

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Note:

[1] A. Di Corinto e A. Gilioli, I nemici della rete – EPUB

[2] Facebook, MySpace, Instagram, Twitter, Google+, LinkedIn, Pinterest, Formspring, Bebo, Friendster, Hi5, Ning, Tagged, Meetup, e altri.

[3] Fonte www.wearesocial.it

[4] Managing Director di We Are Social Singapore

[5] Vedi Bottino M. & Cupiccia R. in relazione “Ipotesi di intervento operativo per una migliore percezione sociale, disciplinare e professionale della grafologi” nel Convegno “GRAFOLOGO-PSICOLOGO: Identità e interazione: una riflessione aperta” organizzato dalla Cattedra internazionale di grafologia dell’Istituto Grafologico Internazionale “Girolamo Moretti” (Mondolfo, 27 settembre 2014)

[6] De Masi D., 1985, L’avvento post-industriale, Franco Angeli, Milano, p.13.

[7] Toffler A., 1987, La terza ondata, Sperling & Kupfer, Milano.

[8] De Masi D., op. cit., p.13.

[9] Hegedus Z., 1985, Il presente è l’avvenire, F. Angeli, Milano.

[10] Marshall McLuhan (1911-1980), sociologo canadese 

[11] vedi Progetto Seshat su www.psyeventi.it promosso dall’Istituto Grafologico Internazionale Girolamo Moretti

Facebook? …una cosa molto seria!

Facebook (FB) fa parte di una tipologia di siti denominati Social Network Sites (SNS, letteralmente ‘Siti di Reti Sociali’) che sono stati definiti come “servizi basati sul web che permettono alle persone di costruire un profilo pubblico o semi-pubblico all’interno di un sistema delimitato, articolare una lista di altri utenti con cui si condivide una connessione e di vedere e scorrere la propria lista di connessioni e quelle di altri utenti all’interno del sistema”.[1]

I social, ed in particolare FB, rientrano nelle nostre abitudini quotidiane.

Numerosi autori sottolineano che la rete è frequentata da persone, non da ruoli, né da organizzazioni e che non solo la partecipazione ai social media è individuale, ma essa altera il legame con le organizzazioni di appartenenza. La partecipazione alla rete sostituisce le forme di aggregazione proprie del Novecento basate sulla rappresentanza di interessi collettivi e sul principio di solidarietà, un sistema di azioni «connettive» basate sul supporto reciproco per rafforzare la posizione dei singoli nel mercato e sul principio della collaborazione.

Partendo da questa considerazione, che diventa un’evidenza empirica, allorché si osservi che i possessori di un account FB hanno visto aumentare esponenzialmente il numero di persone iscritte e di conseguenza il numero dei propri contatti.

Perché accade questo? In altri termini: come si spiega il successo di FB?

I sociologi hanno dato una risposta esplicativa che può essere riassunta in quattro macro motivi diversi:

  1. Capitale sociale: manutenzione delle relazioni sociali

Il capitale Sociale è un concetto relativamente recente della sociologia contemporanea. Semplificando, esprime il concetto che le persone, nel loro processo di socializzazione (amici, famiglia, lavoro,…). acquisiscono un insieme consistente di contatti e legami con varie persone: questo è il capitale sociale.

FB, in quanto sito per la connessione sociale, rappresenta un ottimo strumento non solo per mantenere costantemente i contatti con le persone che si frequentano, ma consente anche di ricostruire (quando possibile) il capitale sociale pre-esistente (vecchi compagni di scuola, conoscenze episodiche poi perse di vista, ecc.).

In pratica FB consente la “manutenzione” e la gestione delle proprie relazioni sociali.

  1. Economia del dono: rinsaldare i legami sociali

Un altro elemento interessante per comprendere il successo di FB è anche quello che viene chiamato l’economia del dono.

Secondo questa interpretazione il rituale dello scambio dei doni (istituzionalizzato in occasioni particolari: compleanni, Natale, varie ricorrenze) è uno strumento attraverso cui noi rinsaldiamo o costruiamo legami e rapporti con le persone.

Basta pensare: quanto sono complessi i significati sociali che attribuiamo allo scambio dei regali a Natale?

Regali “veri” da fare a coloro a cui vogliamo bene; regali “formali” per mantenere rapporti di rispetto e buona educazione con persone con cui vogliamo mantenere un contatto sociale (anche se non appartenenti alla cerchia dei rapporti profondi).

FB ha utilizzato ed utilizza modi diversi per alimentare questo meccanismo attraverso un armamentario che prende la forma di test inutili: per esempio il poking.[2]

Anche l’invio di fittizi regalini virtuali[3] risponde alla medesima intenzione. Con questo FB consente di rinsaldare i legami sociali o costruirne di nuovi. Sul valore di questi legami si aprono scenari molto interessanti, ma rimane il fatto che questo tipo di operazioni avviene ed ottiene un consenso da parte degli utilizzatori del social.

  1. Costruzione del sé: FB come palcoscenico

Secondo una teoria delle relazioni sociali tanto affascinante quanto complessa, il mondo sociale può essere descritto come un palcoscenico dove noi interpretiamo uno specifico ruolo.

La nostra casa e altri luoghi particolari è come se fossero un retroscena dove noi prepariamo accuratamente la nostra presenza sociale. Mirabile, in tal senso, la scena di Nanni Moretti in “Ecce bombo” quando si chiede: “Mi si nota di più se vengo o se non vengo…?“.

Questa ipotesi si chiama prospettiva drammaturgica dei ruoli (o costruzione del Sè) ed è un’idea trasversale che accomuna William Shakespeare, il sociologo Erving Goffman, lo psicologo Heinz Kohut e non tralascia molti altri esponenti del pensiero filosofico di vari periodi.

FB è un enorme palcoscenico (digitale) dove noi costruiamo il nostro ruolo sociale in maniera assolutamente minuziosa inserendo nel profilo:

  • quella determinata foto, salvo cambiarla successivamente;
  • gli interessi che vogliamo che appaiano;
  • le applicazioni da usare;
  • il criterio con cui accettare inviti da amici o estranei,
  • il linguaggio da adottare ed altro ancora.

    4. Diffusione delle innovazioni: l’arrivo della early majority

Secondo Everett Rogers[4] ed altri, la diffusione delle innovazioni è un processo che usa la comunicazione fra gli individui per invogliare, incuriosire o comunque scegliere l’uso di una tecnologia e/o di un nuovo servizio. La conseguenza di ciò è che un’innovazione si diffonde a partire dalla rete sociale del gruppo che la usa per primo.

Se rappresentiamo questo processo su un asse cartesiano dove la X è il tempo e la Y il numero di utenti, otteniamo una curva a S che distingue diverse tipologie di utilizzatori:

  • innovators (innovatori),
  • early-adopter (primi utilizzatori),
  • early majority (maggioranza primaria),
  • late majority (maggioranza tardiva),
  • laggards (ritardatari).

In quanto servizio presente su internet (rete sociale e tecnica al contempo) e tecnologia per la creazione di legami tra persone (social networking site) FB, superata una certa soglia critica, riesce a crescere ad un ritmo vertiginoso una volta che raggiunge un numero consistente di utenti (early majority).

L’importanza della rete sociale

In “La psicologia di comunità[5] lo psicologo Ivan Ferrero dice:

Parlando di rete in ambito sociale, intendiamo l’insieme di relazioni esistenti tra persone, anche se queste non necessariamente si incontrano nello stesso momento e nello stesso luogo. I nodi rappresentano gli individui, i gruppi, le organizzazioni, mentre le linee identificano l’insieme delle relazioni. Il concetto di rete può essere considerato un modo per definire la realtà di una persona, cioè il significato che questa attribuisce alle relazioni, al contesto in cui vive, e viceversa, il significato che gli altri, le relazioni ed il contesto attribuiscono alla persona stessa. Il concetto di rete assume, così, il ruolo di uno strumento di lettura della realtà psicologico-sociale.

La rete, quindi, diventa un luogo di lavoro e le modalità del suo utilizzo riguardano direttamente tutti i protagonisti della vita reale.

Riprendendo le osservazioni già espresse circa il capitale sociale possiamo semplificare con uno slogan: le relazioni contano.

Le relazioni, come le altre forme di capitale, vengono utilizzate per produrre beni e servizi economici; rappresentano una risorsa nella cui produzione vengono utilizzate altre risorse; possono essere impiegate per diversi scopi e convertite in altre forme; necessitano di manutenzione.

Il capitale sociale è un bene collettivo ma, a differenza dei beni pubblici, è escludibile (chi non appartiene alla rete è escluso dai benefici che ne derivano); non è caratteristico del singolo attore ma delle relazioni tra gli agenti sociali (se un partner si sottrae alla relazione, anche contro la volontà dell’altro, il capitale si dissolve). Bourdieu[6] ha definito il capitale sociale come

 …la somma delle risorse, materiali o meno, che ciascun individuo o gruppo sociale ottiene grazie alla partecipazione a una rete di relazioni interpersonali basate su principi di reciprocità e mutuo riconoscimento.

Si tratta quindi di una risorsa individuale, che è connessa all’appartenenza a un gruppo o a una rete sociale, ed è collegata all’interazione tra le persone.

Il capitale sociale è veicolato dall’appartenenza a gruppi, non necessariamente creati per questo obiettivo. Le strutture che possono favorire l’accumulazione di capitale sociale sono i gruppi chiusi oppure le “organizzazioni sociali appropriabili”, organizzazioni volontarie che vengono usate dagli individui che ne fanno parte per altri scopi rispetto a quelli per cui sono state create.

Coleman[7] lega questa possibilità alla cosiddetta molteplicità dei legami (multiplexity), concetto utilizzato dagli antropologi per indicare il carattere molteplice delle relazioni (p. es.: due persone possono essere colleghi di lavoro, tifare per la stessa squadra di calcio ed essere iscritti allo stesso circolo di tennis ).

Ne sono un esempio i service club (Rotary, Lyons, ecc.), i partiti politici, le associazioni di rappresentanza degli interessi, le associazioni religiose o di volontariato ecc.: organizzazioni che nascono con obiettivi specifici ma che consentono alle persone che ne fanno parte di costruire relazioni che possono poi essere attivate anche all’esterno e, in particolare, in ambito professionale.

Conclusioni

È innegabile che le associazioni sociali sono chiamate a (ri)considerare le loro forme organizzative, le tecniche di comunicazione e di social-marketing: dovranno altresì riconsiderare o “considerare” i fondamenti e i valori su cui si regge la loro azione se si vuole che il declino delle forme dell’azione collettiva non apra la strada al disorientamento e, di converso, all’individualismo.

Le energie individuali e di creatività espresse nella rete servano non solo a rafforzare la posizione dei singoli in concorrenza fra loro sui mercati globali o locali, ma anche a stimolare il rinnovamento delle azioni comuni e a promuovere nuove vincoli di comunità fra persone fondate su principi di collaborazione e di solidarietà.

Roberta Cupiccia (Grafologa, Pedagogista e Social Media Marketing)

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Note:

[1] Boyd & Ellison, 2007

[2] l’uso della funzione “poke“.

[3] Per es.: la funzione “scrivi sulla bacheca” in cui compare il tasto “manda un regalo a X”.

[4] Sociologo statunitense (1931 – 2004), ideatore del modello Diffusion of innovations del 1962

[5] http://www.tesionline.it/v2/appunto-sub.jsp?p=2&id=135

[6] Pierre Bourdieu (1930 – 2002) sociologo e filosofo francese.

[7] James Samuel Coleman (1926 – 1995) sociologo statunitense